La Handball Erice ha vinto lo scudetto. Abbiamo vinto lo scudetto. Per la prima volta. Qual è il significato di questo tricolore?

In una magnifica intervista realizzata qualche tempo fa, ho ascoltato il compianto Alex Zanardi raccontare quale fosse il suo atteggiamento nei confronti dello sport. “Lo sport è fatica – diceva – ma questo è noto a chiunque lo pratichi. È quando sai andare oltre la fatica, che lo sport diventa altro: è in agguato lo sfinimento, che ti fa varcare il tuo limite, spinge verso qualcosa al di là delle tue possibilità. Poi, personalmente, a me arriva la tristezza…”. Tristezza? Perché? “Ricordo una gara di bike in cui non avevo più energie: se fosse dipeso dal mio corpo, mi sarei semplicemente fermato. Invece, il mio cervello mi ha suggerito che c’era l’ultima salita da affrontare. Ho capito che il mio corpo avrebbe obbedito al mio cervello e sono diventato triste. Ho calcolato che quella salita sarebbe durata per cinquanta secondi: così, ho chiuso gli occhi e, con profonda tristezza, ho contato fino a cinquanta, e li ho riaperti. Nel frattempo, però, era successa una cosa importante. Gli altri avevano rallentato. Ho vinto la gara”. Sono parole che, per chi vive di sport, suscitano una riflessione profonda.

Vincere. Verbo che scandisce la vita degli sportivi. Costituendo sempre un obiettivo, a volte una chimera, altre una vera e propria ossessione. Si potrebbe aprire una dissertazione infinita su come si fa a vincere. Se esista o meno un metodo, e se ci sia un modo per insegnare a vincere. Se negli sport di squadra conta il posto nel quale si gioca e la gente per la quale giochi. È un pensiero che giunge ricorrentemente: prendiamo una qualsiasi squadra vincente, la trasferiamo altrove e mettiamo addosso ai giocatori una maglietta di colori diversi. Siamo certi che nulla cambierebbe? Non ne sono affatto sicuro.

Primo esempio: il Trapani di Morace. Senza farla troppo lunga, la sua storia parte da insuccessi clamorosi, dal campionato di Eccellenza, per giungere ad un gol dalla serie A, con un solo calciatore capace di resistere a questa pazzesca trafila: Nino Daì. Il Trapani è cresciuto sempre con calciatori motivati e scovati in anse di mercato non setacciate da nessuno. La letteratura, in questo senso, sarebbe molto ampia. Da Nino Daì a Bruno Petkovic, la strada è stata lunghissima. Nel complesso, quel Trapani rimane un esempio fulgido di come un uomo, prima di tutti gli altri, convinse un’intera città che vincere si poteva. Eccome. Quell’uomo fu Roberto Boscaglia: un po’ incosciente e un po’ guascone (come fisiologicamente deve essere un allenatore), spiegò che si poteva ambire alla C2, alla C1 e alla serie B. Vide delle potenzialità nella nostra città, prima intuite solo da Andrea Bulgarella, che, a sua volta, non portò a termine il lavoro per la sua percezione di essere ostacolato dalla piazza. A ben guardare, anche un mostro sacro come Serse Cosmi fu bravissimo a capitalizzare quel patrimonio di cui l’ambiente ormai disponeva. Essere una sporca dozzina, rispettare gli avversari, parlare con i pescatori del porto, apprezzare il tramonto di Trapani, avere alle spalle una curva compatta e fedele: tutte caratteristiche che contribuirono a rendere vincente quel Trapani. E, scorgendo ancora oltre, anche Vincenzo Italiano capì presto come poter vincere dalle nostre parti. Chissà se fu un caso la frase che scrisse sulla lavagna dello spogliatoio, al primo giorno che conobbe la squadra: “Nessun limite, solo orizzonti”.

Saliamo sulla macchina del tempo e andiamo ancora indietro: negli anni Novanta, Trapani era una città povera e sporca, con l’abitudine di quelle passeggiate in auto che ancora oggi resiste. Fu Vincenzo Garraffa il visionario che seppe andare oltre. L’uomo che tracciò il sentiero e lo fece vedere, nitido. Si partì dalla C2. Al secondo anno, in C1, arrivò Francesco Mannella, che sarebbe rimasto fino all’A1, nonostante la sua altezza non raggiungesse i 170 centimetri. Furono loro due a spiegare che Trapani non era destinata all’oblio, ad un’ineluttabile mediocrità: anzi. Spiegarono che si poteva far nascere un palazzetto, riempirlo e condurre a Caserta, per uno spareggio salvezza di B1, 500 tifosi. Su quest’onda, come se fossimo su una tavola di wind surf, abbiamo veleggiato fino ad oggi. Certo, con alti e bassi. Ma con una cultura del gioco che ha avvolto intere generazioni. Fino al lampo degli Shark, fugace ma di straripante intensità (a proposito, quante analogie fra Jasmin Repesa e Cacco Benvenuti, o fra Francesco Mannella e JD Notae…).

E siamo ai giorni nostri. Ho avuto la fortuna di accompagnare da molto vicino la storia dell’Handball Erice degli ultimi due anni. Ha peculiarità tutte sue, ma l’uomo della visione, naturalmente, non poteva mancare. La passione trasmessa dal professor Giancarlo Mannarà, insegnante della scuola media “Antonino De Stefano”, al nostro Norbert Biasizzo è storia ormai nota. L’assorbimento e la trasformazione di questa passione in una vera e propria restituzione alla città e allo sport di Trapani ed Erice sono sotto gli occhi di tutti. Una visione superficiale di questo “fenomeno handball” potrebbe far pensare che si tratti di un’operazione più semplice, perché legata ad una disciplina sportiva abbastanza “vergine”, perdipiù in ambito femminile. Niente di più falso. Non sono i soldi che fanno la differenza, ma le idee. Di queste idee fa parte la cultura della sconfitta e dell’umilità. Questa, solo per ricordare, è una storia iniziata facendo allenare all’aperto, in un parcheggio di Marsala, una squadra che disputava l’A2. Oggi, è giunta ad una sfida ad armi pari, dopo sette anni, contro la squadra spagnola che ha vinto lo scudetto del suo Paese. È una storia che ha il suo Nino Daì al femminile. Su quel campo in asfalto fu catapultata Lorena Benicansa, pronta (comprensibilmente) a inumidire le sue pupille tutte le volte che le si ricorda di questo inizio. Il coraggio del legame con la tradizione è un aspetto distintivo della filosofia del club inventato da Norbert Biasizzo. Nessuna remora a parlare di chi non c’è più. Da Antonella Coppola (più di mille gol in carriera) a Laeticia Ateba, nel rispetto di ciò che è stato. “Nemo relinquatur” (“Nessuno viene lasciato indietro”) è il motto della società, perfetta sintesi dell’inclusione. Dà compiuta idea del sentimento e dell’emozione di chi questo club guida e con questo club collabora. Motto che si sposa benissimo con quello storico della Libera Università di Trapani: “Rebus nostris colendis” (“Bisogna mantenere le proprie tradizioni”). Chissà perché le proprietà delle varie società che ho conosciuto sono quasi sempre gelose di quanto accaduto prima. Nel “Mondo HE”, l’aria che si respira è proprio agli antipodi. Si considera importante o fondamentale chiunque abbia messo un tassello in questa storia da sette anni a questa parte. Non chiamatela, perciò, favola. È il frutto di un seme gettato in una terra arida, ma annaffiato con perspicacia e pazienza, con capacità di attendere i giorni migliori. Di un investimento emotivo che supera di gran lunga quello economico. C’è una vittoria di cui si è parlato poco, troppo poco. Non della promozione in A1 dell’Handball Trapani, ma del secondo posto ottenuto dalla stessa società granata (gemellata a tutti gli effetti con le Arpie, con giocatrici tutte provenienti dell’Handball Erice) alle finali nazionali Under 18. Un risultato che ha dietro sacrifici, istruttori, ragazze che vanno a scuola, logistica di alto livello, capacità di superare squadre di città con tradizioni di pallamano lunghe decenni (Cassano Magnago su tutte). Le Arpie danzano con il futuro, guardando al passato. È il segreto di questo gruppo di lavoro e del suo “deus ex machina”. Ricordando sempre quella palestra della “Antonino De Stefano” da cui tutto è partito. Se quella scuola sarà visionaria come Norbert, dovrebbe inaugurare una vera e propria “Accademia della Pallamano”, magari intitolata a Giancarlo Mannarà. State certi che il “Mondo He” non si tirerebbe indietro. E tutti faremmo un ulteriore passo avanti.