Scudetto. Parola antica, desueta, quasi tenera. Che suscita ricordi di altri tempi, quando le maglie da gioco erano di lana. Oppure, nella migliore delle ipotesi, di cotone pesante. I palloni si inzuppavano d’acqua, perché spesso si giocava all’aperto e senza badare troppo alle condizioni del tempo. Pioggia, vento, sole cocente: tutto andava bene per inseguire quel pallone. Qualunque fosse la sua forma e il gioco che si dovesse praticare. Tempi in cui negli oratori e ad ogni angolo di strada era possibile scorgere capannelli di ragazzini che si contendevano un mucchio di figurine dei “Calciatori”: chissà perché, in dialetto, chiamate “cartoline”. Tempi in cui chiedevi alla mamma di cucire, su quell’improbabile maglia bianca a maniche lunghe, lo scudetto della squadra del cuore: Inter, Milan o Juve. Vincere lo scudetto, però, è sempre stato un concetto aulico, laicamente religioso. Orgoglio di un’appartenenza scelta per caso in famiglia o a scuola, a volte per analogia e altre per contrasto.
La Trapani degli anni Settanta era povera, ma possedeva già un promettente germoglio di sport. Basti pensare che esisteva una squadra di basket femminile, la Velo, che arrivò in serie B (allora non c’erano A2 e A1) e giunse seconda in Italia nella categoria juniores. Gli spettatori, rigorosamente maschi, impararono ad andare numerosi ad assistere alle partite della Velo. Prima attratti da quegli strani e avveniristici pantaloncini elastici scosciati, che lasciavano ben visibili le gambe delle giocatrici; poi, perché si appassionarono davvero al basket.
Il calcio era sempre il calcio e nessuno avrebbe mai pensato alla pallamano. Nessuno, tranne Giancarlo Mannarà, professore di educazione fisica della scuola “Antonino De Stefano” di Erice, situata a due passi dall’ospedale e dalla stazione della Funivia su cui si sale per raggiungere Erice Vetta. Un insegnante che di questo sport fece la sua passione, tanto che sono moltissimi i quarantenni o cinquantenni trapanesi di oggi ad aver vissuto una fugace esperienza, un contatto con la pallamano, ai famosi “Giochi della Gioventù”. Poi, tutto finiva con l’approdo alla scuola superiore, e lui, Giancarlo Mannarà, ricominciava con i ragazzini della prima media. “Come mi venne in mente la pallamano? Perché nelle ore di educazione fisica era vietato ai ragazzi giocare a calcio, nel timore che si potessero fare male – racconta lo stesso Mannarà – e così dissi loro ‘facciamo il calcio con le mani’. Fu una vera casualità”. Il destino iniziò a scrivere le sue carte quando un ragazzino, Norbert Biasizzo, scelse la “Antonino De Stefano” come scuola media. Si appassionò, al punto da diventare giocatore di ottimo livello, prima che imprenditore trasferitosi da adulto a Milano. “Chiaro che sono orgoglioso di cosa è accaduto – prosegue Mannarà – e questo scudetto rappresenta anche una soddisfazione personale”.
Otto anni fa la svolta definitiva, capace di condurre al trionfo e allo scudetto. Biasizzo ha smesso di giocare, sta essenzialmente a Milano, ma coltiva la sua idea senza sosta: tornare a Trapani a fare pallamano. Nasce l’Handball Erice, nascono le “Arpie”. Sceglie di declinare il club al femminile e parte dall’A2. Promozione quasi immediata, prima partecipazione al massimo campionato. Iniziano a girare per la città queste ragazze prestanti vestite in verde, diventano un pezzetto di Trapani. La gente inizia anche a scoprire la pallamano, a seguire le sfide sulla piattaforma online. È un’ascesa irresistibile, in cui il club scandisce la sua progressione con risultati sempre più convincenti. La storia di quest’anno non è affatto quella di una cavalcata senza ostacoli e senza imprevisti fin dall’inizio. “Abbiamo dovuto lavorare, non arrenderci mai – spiega il deus ex macchina Norbert Biasizzo – e la prova del nove della nostra crescita è giunta nei playoff. Giocando sempre partite decisive, vinci solo se hai uno staff compatto, competente, professionale.
Le ragazze sono state brave a recuperare dopo ogni sforzo, perché avevamo alle spalle un gruppo di alto livello. Staff tecnico, nutrizionisti, fisioterapisti, medici: nessuno si è risparmiato. Non si può raggiungere un risultato del genere se alle spalle non c’è un quoziente altissimo di attenzione per ogni dettaglio”. Se c’è una vittoria importante figlia del concetto di “gruppo”, di “giocare insieme”, è proprio questa. La squadra è migliorata costantemente, è cresciuta, non si è mai accontentata. Anche la società, ovviamente, ha fatto la sua parte. Al novero di atlete di livello internazionale, negli ultimi due anni, sono state aggiunte giocatrici del livello assoluto come Alexandra Do Nascimento e Alexandrina Cabral Barbosa, che hanno regalato un indiscutibile valore aggiunto di talento puro e fisicità (e ieri Chana Masson è stata immensa…). Così come è innegabile il contributo determinante di Fred Bougeant, coach esperto ed empatico. Pragmatico, ma sensibile, capace di entrare in punta di piedi nel cuore dello spogliatoio, guadagnandosi stima e rispetto. Sempre con autorevolezza e mai in maniera autoritaria. Ha stupito, soprattutto, la velocità del suo impatto positivo. Si era da poco seduto sulla panchina delle “Arpie”, e ha dovuto far assorbire al gruppo la sconfitta nell’incredibile finale di Coppa Italia contro Salerno. A ben pensarci, proprio in quella “quattro giorni” di Riccione si è verificato il presagio del trionfo di Salerno. Era andata in maniera opposta la scorsa stagione…
Corsi e ricorsi che hanno condotto, infine, a quella parola d’altri tempi: scudetto. Il futuro? È imprevedibile e guarda già l’Europa. Intanto, nel prossimo campionato di A1, giocheranno due formazioni trapanesi: la Handball Erice, con il tricolore sul petto, e la Handball Trapani, appena promossa dall’A2. Chi avrebbe mai potuto pensare una cosa del genere?
Fabio Tartamella

